Il Fondatore


Don Agostino Roscelli nacque da Domenico e Maria Gianelli a Bargone di Casarza Ligure il 27 luglio 1818. Agostino, ultimo di sette fratelli, battezzato lo stesso giorno della nascita, secondo l’uso del tempo, ma anche perché in pericolo di vita, crebbe in un ambiente saturo di trasparente e genuina religiosità e di grande semplicità.
Fu avviato al lavoro dei campi e alla custodia del gregge paterno e ricevette i primi rudimenti del sapere dal suo parroco don Andrea Garibaldi.
In quegli anni, divisi tra le cure dell’ambiente familiare, i buoni e saggi insegnamenti del parroco ed il contatto con l’ambiente naturale, Agostino formò quella solidità di carattere e quella particolare carica di umanità e di semplicità che avrebbero costituito lo stile del suo futuro ministero sacerdotale.
Suo maestro fu anche il Gianelli.
Per realizzare la sua aspirazione al sacerdozio, nell’autunno del 1835 si trasferì a Genova per iniziare gli studi preparatori al Seminario e, dopo la pausa di quattordici mesi per il servizio militare, seguì le diverse tappe del sacerdozio.
Fu consacrato sacerdote dal cardinale arcivescovo di Genova Placido Maria Tadini il 19 settembre 1846 e subito nominato vice parroco della parrocchia di S. Martino d’Albaro1, dove rimase fino al 1859.
Qui promosse la devozione alla Via Crucis, ottenendo nel 1853, dal S. Padre Pio IX2, la facoltà di erigerla canonicamente nelle chiese e in luoghi privati con la applicazione delle Sante Indulgenze proprie di tale esercizio.
Il Roscelli compì sempre con saggio equilibrio “un apostolato strettamente religioso, tutto permeato di preghiera, tutto dedito alla direzione delle anime.”
La direzione delle anime fu, potremmo dire lo scopo essenziale del lungo ministero svolto dal Roscelli. Uomo semplice e in apparenza ordinario, estraneo alle polemiche e alle tensioni politiche che travagliavano il suo tempo, scelse per sé il compito della formazione delle coscienze. Nel 1860 curato della parrocchia di S. Martino d’Albaro, si ritirò nella Casa degli Artigianelli3.
Il ministero del Roscelli si rivolse ai giovani come a un segmento della popolazione più fragile ed esposto. Egli può essere additato come colui che nel nascondimento, “senza farsi notare”, risponde efficacemente alle sollecitazioni del suo tempo.
Per questo egli vedeva nella confessione un momento importante, centrale della missione sacerdotale. L’assiduità al confessionale lo aveva messo a vivo contatto coi bisogni delle anime, ma gli aveva permesso anche di conoscere i concreti problemi sociali, le difficoltà e le contraddizioni della realtà genovese4.
Sviluppò soprattutto un’acuta sensibilità nei confronti della condizione delle giovani donne, operaie nei laboratori cittadini che, inesperte e prive di protezione, sovente ingannate da uomini di rango sociale superiore, si trovavano gravate dal peso di una maternità precoce. Dinanzi a un fenomeno che aveva assunto contorni preoccupanti, il Roscelli sviluppò l’idea di un’iniziativa specificamente destinata al sostegno delle giovani in difficoltà, che fosse anche segno di una presenza femminile operante nella società, testimonianza di valori quali la gratuità, l’accoglienza, il rispetto della dignità umana.
Per questo decise di affidare ad alcune giovani sue penitenti il progetto delle Case laboratorio, confidando nella loro collaborazione. Nel 1864 aprì una prima casa laboratorio in via Colombo, cui se ne aggiunse un’altra nel 1868 al n° 71 di Borgo Lanieri5.
L’opera educativa appena cominciata proseguì per alcuni anni e, mentre il Roscelli progettava di “iniziare nuove Case di lavoro”, inaspettate e nuove, gli giunsero le sollecitazioni di quelle stesse donne alle quali aveva chiesto di condividere il suo progetto.
“Le Maestre esponevano a Lui il desiderio di unirsi maggiormente con Dio e indossando un Abito Santo.”
Resistette a lungo a queste richieste, mentre continuava ad attendere al suo ministero sacerdotale presso gli Artigianelli, le Case laboratorio, la chiesa della Consolazione e numerosi monasteri.
Era un’attività intensissima, resa ancora più gravosa dall’esperienza della malattia, che nel 1870 lo ridusse quasi in fin di vita.
La guarigione fu ritenuta miracolosa, grazie all’intercessione di san Giuseppe6, invocato dalle maestre e dalle ragazze delle due Case laboratorio.
Nel 1872 il Roscelli entrò a far parte della Compagnia della Misericordia di S. Giovanni Decollato, che aveva lo scopo di portare sollievo, conforto e aiuto spirituale e materiale ai carcerati che in quel tempo si trovavano in condizioni veramente disumane nelle prigioni di S. Andrea7.
Nel 1874 accettò dalla curia genovese un nuovo incarico: quello di cappellano del nuovo brefotrofio provinciale, chiamato Ospizio dell’Infanzia Abbandonata. Qui amministrò ben 8484 battesimi. Per ventidue anni vi si recò quotidianamente per battezzare i neonati e confessare le ragazze madri.
Spinto e provocato da circostanze umane e da urgenti istanze sociali, cominciò a riflettere sull’opportunità di riunire le sue maestre in una comunità religiosa. Si consigliò con l’arcivescovo mons. Salvatore Magnasco8, prospettandogli una casa nella località di Borgo Pila9.
Ebbe come risposta: ”Una tale opera in quella località non solo sarebbe utile, ma necessaria”. Nonostante versasse in gravi difficoltà economiche, non si perse d’animo e, ancora bisognoso di sicurezze circa la nuova missione, non esitò nel 1875 a scrivere a papa Pio IX, dal quale ricevette un’offerta di £ 100 e una scritta di proprio pugno: “Deus benedicat te et opera tua bona”.
A partire da questo momento il Roscelli non ebbe più dubbi e si dedicò, con tutte le sue energie, a realizzare la nuova istituzione. Non appena la casa fu pronta nelle sue strutture essenziali, riunì i due laboratori e le otto maestre in via Volturno nei pressi dell’allora nascente chiesa di S. Zita.
Era il 15 ottobre 1876, giorno che le suore considerano da sempre come l’anniversario di fondazione della congregazione. Per seguire come direttore e assistente spirituale la sua fondazione, il Roscelli lasciò i compiti specifici, svolti presso l’Istituto degli Artigianelli, e prese alloggio nella nuova casa di via Volturno.
Qui, “burbero benefico”, trascorse il suo tempo dedicandosi alla formazione delle sue Suore e continuando tuttavia a dare la sua testimonianza di povero prete, come amava definirsi, presso i poveri, gli umili, gli emarginati.
Si preoccupò anche di stilare una Regola e di farla approvare dalla autorità diocesana competente.
La direzione che egli dava alle suore risentiva tutta di quelle stesse doti che costituivano le note caratteristiche della sua vita sacerdotale e della sua pietà: spirito di fede, di umiltà, di ubbidienza, di sacrificio.
L’intensissima attività del Roscelli proseguì finchè l’età e la salute glielo permisero, mentre le Suore venivano richieste da sindaci, parroci, amministrazioni comunali e ospedali: nell’arco di 14 anni vennero aperte dallo stesso Roscelli 15 case10.
Nel 1896, ormai quasi cieco, lasciò la cappellania del brefotrofio e nel 1898 si trasferì nella nuova Casa Generalizia del suo Istituto in via Lavinia n° 15.
“Qui continuò a fare tutto quello che può fare un povero cieco ed era il più: confessare, dirigere anime, accettare con pazienza, perdonare con generosità, pensare al suo Istituto.”
Si spense raccomandando di osservare la Regola e di evitare spese superflue per il suo funerale: “Non voglio chiassi, io: avete inteso? Un semplice carretto che mi conduca fino a Staglieno e niente altro…”
Nel suo testamento olografo, infatti, aveva scritto:” Non mi lascio funerali perché sono povero e non ho niente. Mi raccomando solo alle preghiere di tutte le Suore dell’Istituto.”
Anche l’epigrafe sulla croce di legno posta sul suo tumulo era stata da lui preparata: ”Qui giace la salma del povero prete Agostino Roscelli nato a Bargone, il 27 luglio 1818, morto il…”
Così, il 7 maggio 1902, semplicemente come era vissuto, Agostino concluse la sua vita terrena, lasciando alle suore l’impegno di vivere e osservare la regola di vita da lui proposta: essa avrebbe loro indicato la via della sequela Christi e la via della carità verso il prossimo.
Il 18 gennaio 1932 venne aperto, nella Diocesi di Genova, il processo informativo ordinario che, concluso affrettatamente il 17 aprile 1939 a causa dell’imminente esplodere della seconda guerra mondiale, fu ripreso il 21 aprile 1949 e concluso il 12 maggio 1952.
Conclusi i processi sul “Non culto” e sugli “Scritti”, la cui validità venne riconosciuta con decreto del 26 marzo 1982, fu affrontata la questione circa l’eroicità delle virtù “in specie” del Servo di Dio nelle due consuete riunioni, e precisamente il 14 marzo 1989 nel Congresso dei Consultori Teologi e il 5 dicembre seguente nella Congregazione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi.
Avendo, in entrambe le riunioni, tutti i presenti deposto in favore del grado eroico delle virtù esercitate dal servo di Dio, Giovanni Paolo II, il 21 dicembre 1989, emanò il Decreto in merito.
Il 15 dicembre 1994 venne promulgato il “Decreto sul miracolo” per la Beatificazione. Il 7 maggio 1995 il Ven.le Agostino Roscelli venne beatificato a Roma da S.S. Giovanni Paolo II.
Il 1° luglio 2000 il S. Padre ordinò la lettura del decreto per la Canonizzazione. Il 13 marzo 2001, nel Concistoro Ordinario Pubblico, il S. Padre ha decretato il giorno della solenne canonizzazione: 10 giugno 2001.

“Era allora S.Martino d’Albaro una popolosa borgata alle porte di Genova, costituita, nella maggioranza, di una popolazione di agricoltori che coltivavano i loro poderi e di operai che si recavano a lavorare in città. Non mancava di qualche nobile famiglia genovese, ricca di censo e di tradizioni civili che… esercitava sulla popolazione un’assai notevole influenza”. (D. ARDITO, op. cit., Genova 1935, pp. 40 – 41)
Giovanni Maria Mastai Ferretti (1792 – 1878), fu eletto al pontificato dopo la morte di Gregorio XVI nel giugno del 1846. Nel 1854 proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione; nel 1864 pubblicò il “Sillabo”. Nel 1868 convocò il Concilio Vaticano I per avviare un processo di riforma religiosa che fu l’anima di tutto il suo pontificato. Il tema principale di questa riforma si concretizzava nella lotta contro gli “abusi” che in parte derivavano dal periodo prerivoluzionario, e in parte avevano la loro causa nella rottura e nella crisi della vita religiosa, dovute all’illuminismo, alla rivoluzione francese e alle secolarizzazioni successive. Il 18 Luglio 1870 proclamò il dogma dell’infallibilità pontificia. E’ stato beatificato nell’anno giubilare del 2000.
Nel 1860 alloggiò nell’Istituto stesso con le mansioni specifiche di catechista, assistente dei ragazzi ed economo.
La chiesa della Consolazione si trovava, già allora, nel cuore della città ed era frequentata da fedeli di tutte le classi sociali. Soprattutto i dintorni erano divenuti sede della borghesia mercantile e commerciale, che, priva di scrupoli, non si lasciava sfuggire i vantaggi del nuovo tipo di economia che si andava imponendo e di cui pagavano il prezzo morale molte povere ragazze prive di protezione e costrette a guadagnarsi la vita come apprendiste presso i grandi magazzini o come commesse. (Cfr. MATILDE DELL’AMORE, op. cit., pp. 55 – 65)
Borgo Lanieri si trovava tra l’attuale piazza Dante e la via Ceccardi.
Da allora S. Giuseppe venne sempre invocato come speciale patrono dell’Istituto.
Le Carceri giudiziarie genovesi avevano allora la loro sede tra la Porta Soprana e la piazza San Domenico nell’antico Convento di Sant’Andrea, demolito in seguito per fare spazio all’attuale palazzo della Borsa, dopo il trasferimento dei detenuti nelle più decenti e funzionali carceri costruite poi a Marassi nel 1902. (Cfr. A. DE GAETA, in “Corriere mercantile”, 26 febbraio 1857)
Salvatore Magnasco, (1812 – 1892), docente di Teologia speculativa, fu vescovo ausiliario di mons. Andrea Charvaz dal 1868, e dal 1871 arcivescovo di Genova.
Il Borgo, ubicato tra il torrente Bisagno e le colline di Albaro, oltre la Porta Pila, era alle porte della città. Lo stesso Borgo Pila stava ormai subendo una trasformazione radicale a causa dell’aumento della popolazione e dell’ampliarsi della città al di fuori della Porta Orientale. Orti e viottoli cedevano il posto a larghe vie e ad ampie piazze circondate da imponenti fabbricati. (Cfr. “Borgo Pila e la Chiesa di S. Zita”, in “Genova” 17/4/1978)
10 Dal 1882 al 1886 vengono aperte case a: Cremeno(1882), Campoligure(1882), San Siro della Foce (1882), Borzonasca (1884), Torriglia (1888), Sori (1888), Serra Riccò (1890), Begato (1890), Pedemonte (1891), Tassarolo (1892), Castelletto d’Orba (1893), Predosa (1894), Crocefieschi (1895), Cogorno (1898), Ospizio Causa (1901)
Istituto Suore dell’Immacolata - 2011